Il Manifesto dell’Umanistica Digitale 2.0

Invito fortemente a leggere, diffondere e discutere questo documento

Estratto da http://www.mattscape.com/il-manifesto-dellumanistica-digitale-20.html di Matteo Bittanti

“Redatto in forma collettiva e cooperativa dai partecipanti del Mellon Seminar della UCLA nel corso del 2009, il Manifesto dell’Umanistica Digitale 2.0 ambisce a definire – o ri/definire – connotati delle discipline umanistiche nell’era del Web 2.0. I suo padri spirituali e principali promotori sono Todd Presner (UCLA) e Jeffrey Schnapp (Stanford University), a cui si aggiungono Peter Lunenfeld e Johanna Drucker. I ventisei punti della versione originale sono diventati cinquanta nella seconda incarnazione. L’obiettivo chiave di questo documento – una vera e propria chiamata alle armi – è ripensare il ruolo e la funzione dell’università in una fase di portentosa trasformazione dei mezzi di comunicazione e delle dinamiche di apprendimento e insegnamento. Duellanti lo pubblica in esclusiva per l’Italia. Con una sola raccomandazione: leggetelo attentamente, remixatelo, diffondetelo, infilatelo nella casella della posta dei vostri professori universitari che non rispondono mai agli email e non si fanno mai trovare e che non sanno nemmeno aggiornare una pagina web. La rivoluzione non sara tramessa in televisione perché la televisione è finita. La rivoluzione siete voi che leggete. La rivoluzione siete voi che desiderate un’università degna di un paese moderno. La rivoluzione siete voi che non siete ancora fuggiti all’estero. La rivoluzione siete voi che ci credete ancora. Buona lettura.
(traduzione di Matteo Bittanti, documento originale in inglese: Download The Digital Humanities Manifesto 2.0 )
Questo documento è stato pubblicato, in due parti, sulla rivista Duellanti diretta da Gianni Canova (settembre e ottobre 2009)”

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4 Comments

  1. Posted September 17, 2009 at 3:02 pm | Permalink

    La prima cosa che mi colpisce è l’inglese; chissà perchè è stato scritto in un inglese così difficile?

  2. stexbell
    Posted September 17, 2009 at 11:23 pm | Permalink

    Anch’io ho notato un inglese articolato. Mi pare effettivamente una questione importante.
    In primo luogo posso dire che:
    - le scienze e le attitudini umanistiche devono vivere in modo libero un rapporto con la lingua. La semplicità non automaticamente corrisponde a libertà. L’inglese s’è terribilmente impoverito avendo assunto il ruolo di lingua ponte. Si è certo guadagnato in comunicazione. Ma l’impoverimento lessicale rischia di convertire il message nel medium. Anche nei termini di rapporti molto singolari con la realtà è importante coltivare una qualche forma di rapporto poetico (quindi costruttivo) con gli oggetti. E’ chiaro quindi che anche una traduzione non potrà certo essere automatica, ma avrà sempre bisogno di un soggetto che interpreta, che prova a tradurre anche l’intraducibile.
    - E’ un documento collettivo. Ciò indica anche la difficoltà, e quindi forse però anche una via da percorrere, per trovare parole comuni. E’ una sfida importante, non dico per tutti ma perlomeno per chi è cresciuto facendo certi studi. Per fare un esempio in un altro settore: proviamo a pensare che dei medici si debbano mettere d’accordo, indipendentemente da una istituzione che dia loro un format da applicare, su che cosa sia salute. O i politici su che cosa sia giusto governo.

  3. Posted September 18, 2009 at 4:13 pm | Permalink

    Riesco a leggerlo solo a spizzichi e e bocconi; un po’ in italiano e un po’ in inglese.
    Ci sono cose che capisco e condivido al volo; altre mi suonano troppo accademiche e mi spazientiscono.
    Provo un senso di urgenza e d’immediatezza che un Manifesto non potrà mai trasmettere.
    Una versione 3.0? By all means!! Mi auguro però che sia frutto di un’interazione con esperienze dirette e attuali.
    Prendiamo ad esempio l’evento Venezia chiama, territorio risponde?
    Bene. Se la Venezia che chiama è portatrice di cultura digitale (come ho ragione di credere), posso affermare senza ombra di dubbio che il (mio) territorio non è in grado di rispondere.
    Mi spingerei anche ad affermare che l’evento è impostato male e che non avrebbe senso (per me) iscrivermi a una rete sociale (Ning) che si chiama Ecosistema 2.0 e promuove l’evento portato ad esempio.
    Does the Manifesto, as it is now written, support my posture??
    Temo di no.

  4. Posted September 18, 2009 at 8:15 pm | Permalink

    PS – Per non frustrare le ottime e lodevoli intenzioni dell’evento Venezia chiama .. spero si capisca che l’opinione espressa è strettamente legata al mio territorio di residenza; non escludo vi siano territori in grado di rispondere a una chiamata digitale; resta il fatto che l’evento, sul piano dell’apertura, a me appare limitato.

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