L’annuncio di Google nel blog ufficiale relativamente alla chiusura di Wave, s’accompagna in questi giorni ai rumors provenienti da Wired Magazine circa una possibile copertina a firma proprio di Chris Anderson dal pietrificante titolo: “Web is Dead”. Aspettiamo conferme. Intanto cerchiamo di capire se c’è una relazione tra queste due notizie, se cioè la caduta di un singolo servizio web abbia a che fare con un problema di più ampia portata.
Da fan di Wave non posso che rammaricarmi, ma non penso di aver preso un abbaglio quando cercavo di portare amici e colleghi all’interno di quel magma. Ammetto di essermi fatto prendere dalla febbre da (quasi) first user, cercando in tutti i modi di procurarmi un invito e poi navigando nel vuoto, usando applicazioni in solitaria, così come quando nel 2006 ho aperto il mio account Facebook. Effettivamente Wave mi era parsa subito un’applicazione chiave: mail, chat, documenti di lavoro, gestione eventi, mappe mentali collettive… Nei post che ho letto si parla essenzialmente di flop, causa basso numero di utenti, complessità del mezzo, ecc… Certo va fatta una riflessione sull’usabilità e sul gap tecnologico del marchingegno. Il marketing virale è stato questa volta un’arma a doppio taglio, avendo attirato un’onda d’utenti carichi d’aspettative che si sono riversate nelle difficoltà d’utilizzo.
Il senso complessivo dell’operazione Wave era portare la produzione partecipata, il sapere collaborativo in ambito business. Difficile valutare dall’Italia (dove nella maggior parte dei contesti lavorativi, tanto tanto si utilizzano le mail con gli allegati e si fatica a dire: segui il link) se il fallimento di un applicativo del genere negli States corrisponda a un problema specifico dell’applicazione o a una resistenza rispetto a questo paradigma.
Personalmente sono anni che mi prodigo nella formazione all’uso di applicazioni web 2.0 come strumenti per la produzione partecipata (qualcosa di diverso rispetto al social web). Si tratta quindi di comprendere se un’applicazione salverà il web o se il web come forma politica sia destinato a rimanere un’utopia… Tant’è che, a quanto pare, il discorso di Anderson riguarderebbe la fine dell’epoca open del web proprio a causa delle apps che vengono sempre più a dominare la scena, moltiplicando le interfacce invece di portare a un ambiente operativo unificato in cui è possibile la partecipazione collettiva e dispiegando nuove forme di social divide, rispetto a un digital divide che rischiava di abbassarsi proprio grazie all’uso open del web che si costituisce (costituiva) come diritto piuttosto che come mero bisogno. In definitiva, tanti piccoli pc portatibilissimi collegati a una miriade di servizi: ma in sostanza nulla più che comprarsi il giornale e sedersi a un tavolino a bersi velocemente un caffè prima di andare in ufficio, nel proprio cubicolo, dove eseguire delle operazioni piuttosto che contribuire all’innovazione produttiva e sociale.
Ma: Sursum corda… C’è sempre google docs? O no?




La bocca del Trickster Liveset
In questo muretto possono essere lasciati commenti, opinioni e domande, durante il live della Bocca del Trickster che si tiene ad Abano il 16 agosto al Parco di Villa Bassi in occasione del festival So far so good 2010 Y-Our-Identity.
Riprodurremo uno studio radiofonico con una puntata speciale del format insieme a ospiti del Trickster e partecipazione multimediale del pubblico.